“ Non mi piace affatto la pittura
ragionevole ...
Bisogna soddisfare un antico fermento, un
fondo nerissimo”.
Eugène Delacroix
“ Amate con devozione i maestri che
vi hanno preceduto”.
François-Auguste-René Rodin
“ è al museo che si prende il gusto
della pittura che la natura da sola
non sa darvi. Non si dice sarò
pittore davanti a un bel posto,
ma davanti a un quadro”.
Pierre-Auguste Renoir “Dove c'è la
forma, c'è la bellezza,
e sulla tela non c'è il tempo
né il tradimento. E' il solo
modo di possederle per sempre”.
Melania G. Mazzucco
La poetica edificata da Roberto Ferri conosce non pochi punti
di contatto con Giorgio de Chirico; nonostante ciò,
l’universo immaginativo del giovane pittore si presenta
come abissalmente diverso da quello del Grande Metafisico.
Come de Chirico, Ferri è, in parte, un nemico giurato
del Modernismo e delle Avanguardie Storiche; rifiuta, infatti,
la ricerca di novità linguistiche e formali ad ogni
costo. Con l’artista del “dio ortopedico”,
Ferri ritiene che ogni opera d’arte degna di questo
nome traduce in forme plastiche un annuncio, un messaggio,
un credo filosofico ricco ed articolato. L’arte, dunque,
presuppone una dimensione mitica ed è creazione di
nuovi miti oltre che manipolazione di quelli già offerti
dalla civiltà classica. Come dicevamo, solo in parte
rifiuta però il lascito delle Avanguardie Storiche;
non accetta l’antireferenzialismo, ma si accosta al
Surrealismo del quale condivide il visionarismo estremo, l’onirismo
e l’irrealismo di fondo. Come de Chirico, il giovane
pittore anacronista si rivolge al museo e, di conseguenza,
respinge decisamente l’iconoclastia messa in circolazione
dai futuristi e dai dadaisti; si muove in questa direzione
perchè nutre una fede incrollabile nell’opulenza
dell’arte. Di conseguenza rigetta ogni forma di minimalismo
e riduzionismo i quali, sostiene, non sono in grado di affrontare
quel mito a cui l’arte deve invece dedicarsi completamente.
Che cosa spinge Ferri a coltivare così intensamente
la dimensione mitica dell’arte? Rispondere, e scoprirlo,
non è difficile.
Per il tarantino, il mito altro non è se non il documento
inequivocabile dell’inattualità; infatti la grande
nemica di Ferri è l’idea secondo cui l’arte
deve essere contemporanea del proprio tempo. Per il nostro,
al contrario, l’arte coltiva l’estraneità,
la periferia, la diserzione; da qui la scelta della pittura
contro la “strategia dell’impurità”
coltivata dal Dadaismo e dalle Neoavanguardie. Prima di proseguire,
leggiamo almeno una delle opere presenti in mostra, per verificare
quanto abbiamo detto fin qui. All’interno dell’esposizione
prima londinese, poi romana e newyorkese, Le Delizie infrante
rappresenta senz’altro un punto fermo. Da una puntura
che colpisce un “fanciullo divino”, s’innalza
una cattedrale delirante di corpi. Bellezza, eros, lussuria
delle forme ed orrore si accavallano all’interno di
un caos traboccante che non si stacca però mai da quella
fede museale che rimane la stella polare della ricerca ferriana.
Al culmine della convulsa e sublime ascensione, un efebo innalza
uno scettro-sesso femminile; il sangue linguistico ed immaginativo
che scorre nelle vene di questa composizione, esattamente
come accade per tutte le opere del nostro, è un sangue
che si nutre di dissimilitudine. Ciò significa che
il “neocaravaggismo” ferriano non è assolutamente
passatismo, bensì, lo ripetiamo, si presenta come visionarismo
ed onirismo conclamati e definitivi. E’ qui che Ferri
segna la sua distanza da de Chirico; il Grande Metafisico
spinge l’arte sul terreno della disumanità; il
pittore anacronista invece armonizza eros e dissimilitudine.
Ciò significa che il fruitore, se da una parte si trova
a dover fare i conti con una grafia disegnata all’interno
di una dimensione impossibile, dall’altra incontra il
punto fermo del corpo e della sua seduzione. Siamo così
all’orizzonte filosofico all’interno del quale
si muove il giovane maestro.
Contro il perbenismo borghese l’artista mette in campo
l’arma esacerbata e puntuta del sadismo; questa però
non altera la bellezza dei corpi maschili e femminili che
Ferri colleziona ad ogni passo. Sta qui l’antiplatonismo
radicale che costituisce il “basso continuo” dell’intera
poetica ferriana; sta qui, paradossalmente, l’attualità
dell’inattualeFerri. Perchè il discorso di questo
“innamorato del museo” è attuale? Perchè,
grazie ai diversi fondamentalismi, riappare oggi Platone e
quindi è con Platone che bisogna tornare a fare i conti.
Platone stabilisce la massima distanza fra il corpo e la verità;
l’artista, al contrario, riconduce la verità
all’interno del corpo; anzi, il corpo della verità
rivela il corpo, trionfalmente e semplicemente. Il corpo offerto
dal giovane maestro non è però lo stesso della
società consumistica; la sua è la carne che,
grazie allo “scandalo della memoria”, è
ricondotta ostinatamente all’interno della grande storia
dell’arte dell’Occidente. Cioè è
riportata all’interno di quella bellezza che Ferri non
vuole assolutamente perdere, perchè non accetta che
l’opera possa essere confusa con l’oggetto quotidiano.
In questo modo, l’opera si vede costretta a confermare
il suo essere irriducibile al mondo; l’opera ferriana
accetta il mondo solo nella misura in cui questo fornisce
la gamma dei mille corpi sui quali il nostro può esercitare
il suo delirio. Tutto questo, sempre e comunque all’interno
della macchinazione messa in atto dalla pittura. Per l’ennesima
volta, perchè questa apoteosi della pittura? Per il
semplice motivo che, per Roberto Ferri, solo il quadro rappresenta
il luogo privilegiato e “magato” nel quale può
degnamente manifestarsi la menzogna dell’arte: quella
menzogna che l’artista ritiene essere l’unica
verità possibile ed immaginabile.
Prima di lasciare Roberto Ferri, non possiamo non accennare
ai rapporti fra l'artista ed il dibattito estetico contemporaneo;
ciò significa tirare in ballo Arthur Danto: vediamo
di che si tratta. In estrema sintesi, il critico e filosofo
americano sostiene che la “morte dell'arte” sarebbe
stata causata dal trionfo della filosofia sull'arte stessa.
Avanza l'esempio eclatante (e per lui decisivo) dei lavori
di Andy Warhol, i quali sono identici ai prodotti che troviamo
comunemente nei supermercati. Ora, solo grazie ad una teoria,
dice, le opere dell'artista pop si distinguono dagli oggetti
che affollano il banale quotidiano. Il tramonto dell'arte
non significa poi che gli artisti non continuino a lavorare:
significa soltanto che il loro fare può essere tranquillamente
definito “poststorico”. Se tutto è possibile,
infatti, non esiste più nessuna forma d'arte che sia
“ambasciatrice esclusiva della storia”. Questo
discorso si regge su un presupposto, che è quello della
verità unica avanzata dalla Pop e dalle Neoavanguardie;
ora è proprio questa “verità unica”
che viene respinta dal tarantino. L'idea che Ferri ha dell'arte,
come dicevamo, è infatti del tutto opposta a quella
della “linea vincente” della ricerca contemporanea.
Da qui la scelta apertamente e scandalosamente anacronista
avanzata dall'autore delle Delizie infrante. Dove si trova
la radice di una tale scelta? Appunto nel decisivo rifiuto
della filosofia della Pop Art. Quest'ultima predica calorosamente
l'equiparazione dell'opera, lo ripetiamo, all'oggetto quotidiano;
non sarà più solo la Pop a portare avanti una
strategia del genere. Per il pittore del “neocaravaggismo
surreale”, la vita e l'arte mantengono fra di loro un
abisso, che non può essere minimamente colmato. La
vita, sostiene il nostro, è consegnata nelle mani di
una deiezione dalla quale l'arte si tiene lontana; da una
tale posizione scaturisce una definizione squisitamente romantico-decadente
dell'arte la quale assume così l'aspetto di una religione,
dell'unica religione possibile ed immaginabile anche per l'uomo
del Ventunesimo Secolo. Nulla di sostanziale, dunque, sta
nella vita; tutto si ritrova nell'arte, nella pittura. Conseguentemente,
l'arte assume una posa opulenta che documenta la sua “pienezza
antilogica”. Opulenza che si alimenta direttamente da
quella passione carnale che costituisce la spina dorsale dell'intera
produzione dell'artista. Alla vita ormai priva di nerbo, Ferri
oppone una superumanità di angeli e demoni, efebi e
“femmine fatali”, tutti presi da un pathos irrefrenabile
che trova unicamente nell'arte il suo punto archimedico ed
il suo grandioso teatro. E qui potremmo applicare a Ferri
quanto Baudelaire dice di Delacroix. Anche nel caso del tarantino
potremmo parlare di “malinconia unica e pertinace”
e della celebrazione di un “misterioso dolore”.
Tutto questo perchè, per il pittore, la carne aspira
ad un infinito che non può essere colmato se non dall'eccesso
e dal superlativo, che solo lui è capace di evocare
e di tessere assieme. Ma torniamo a Danto.
Il filosofo americano sostiene che non esiste oggi un'arte
“ambasciatrice esclusiva della storia”. Per Ferri,
invece, quest'arte c'è, ed è l' Anacronismo,
è lo “scandalo della memoria”, è
la pittura che, forte delle sue radici surreali, ripropone
al mondo la bellezza, l'eros, la passione, lo stravolgimento
ed il dolore. Il tutto, sempre all'interno di una scelta che
salda fra di loro l'arte e la filosofia. Danto afferma che
la filosofia trionfa sull'arte; anzi, sarebbe la filosofia
a garantire all'arte il suo stato. Al contrario, Ferri pensa
che l' Anacronismo possa fondare un rapporto paritario fra
arte e filosofia. Lo scopo ultimo rimane quello di riempire
il vuoto lasciato da una vita scaduta, da una vita incapace
di elaborare ed esibire quel pathos che, per l'artista, appartiene
paradossalmente e magnificamente alla “lingua morta”
della pittura. Se veramente poi l'arte deve morire, è
destinata ad estinguersi, conclude Roberto Ferri, è
bene che lo faccia “a vele spiegate”: gettando
in faccia al mondo la sua seduzione e la sua capacità
di fascinazione; in poche parole, la sua più alta ed
intima “verità”.
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