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LA FILOSOFIA DIPINTA DI ROBERTO FERRI, di Francesco Buranelli


Giovane, sguardo arguto, piccolo di statura, veste sempre abiti sportivi spesso abbinati ad un basco a ricordo delle sue origini meridionali, Roberto Ferri nasce a Taranto nel 1978, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2006 e subito si impone alla critica contemporanea per le sue eccellenti qualità artistiche. Attento osservatore della realtà, grande conoscitore del corpo umano, raffinato disegnatore, maestro del colore.
Elabora subito un suo stile pittorico improntato su una approfondita conoscenza della pittura del Seicento italiano; studia in particolare Caravaggio e Guido Reni, senza tuttavia disdegnare contatti con il surrealismo di Salvador Dalì. Roberto Ferri fonde queste sue inclinazioni in una cifra artistica che dà vita ad una pittura potente e, allo stesso tempo, seducente, che gradualmente introduce ad una lettura introspettiva della più profonda indole dell’animo umano.
Già nel catalogo della sua prima mostra del 2009, allestita in tre prestigiose sedi a Londra, a Roma e a New York, dal significativo titolo “Oltre i sensi”, Roberto Ferri indicava questo suo precipuo interesse artistico, che in qualche modo ribadisce e perfeziona in questa nuova esposizione dall’impegnativo titolo “Noli foras ire” (“Non uscire fuori…”) tratto dal De vera religione (XXXIX, 72-73) di Sant’Agostino:

“[...] Esamina che cosa mai è ciò che ci avvince ai piaceri del corpo, e troverai che altro non è se non una certa armonia, giacché se i disaccordi generano dolore, gli accordi producono piacere. Riconosci adunque qual è l’accordo perfetto; e non voler uscire da te stesso per trovarla, la verità abita nell’interno dell’uomo, e se troverai mutevole la sua natura, trascendi anche te stesso. Ricordati però che nel trascendere te stesso tu trascendi un’anima razionale, e che quindi tale superamento tu devi tentarlo mirando colà donde s’accende ogni luce di ragione. Dove infatti arriva ogni buon ragionatore se non alla verità? La verità non ritrova se stessa con il ragionamento, in quanto essa è ciò che con il ragionare si cerca: osserva qui un’armonia superiore ad ogni altra, e fa’ di tutto per essere anche tu in accordo con essa. Confessa di non essere tu ciò che è la verità, poiché essa non cerca se stessa; tu invece, cercandola non nello spazio, ma con l’affetto dell’anima, sei giunto a lei per unirti, come uomo interiore, con lei, ospite tuo, non con il piacere basso della carne, ma con una voluttà suprema e spirituale [...]”

Partendo dall’insegnamento agostiniano Ferri propone un percorso espositivo a volte crudo e provocatorio, ma sempre ricco di valore artistico e di contenuti che, letto in funzione della ricerca della Verità operata dal pensiero di sant’Agostino, offre un’esperienza artistico-meditativa di indubbio interesse e di grande novità nel panorama delle mostre di arte contemporanea.

Roberto Ferri, completamente padrone della natura dell’uomo e del mondo esterno, affronta una ricerca introspettiva, un percorso complesso ed irto di ostacoli e contraddizioni che lo porta alla conoscenza dell’uomo e, di conseguenza, a porsi alla ricerca di Dio.

Dal mondo esterno, dunque, all’interiorità dell’anima, alla verità trascendente: è questo l’itinerario che ci propone Roberto Ferri nel quale coesistono quadri profani e sacri, quadri sensuali e devozionali, quadri inquietanti e dolcissimi.

Solo a partire da sé l’uomo giunge alla verità, all’Uno, a Dio. L’anima è il luogo dell’incontro con la verità: Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas”.

Sono i sensi, sostiene Agostino, ad avviare un processo conoscitivo nel quale il corpo è passivo, solo con l’intervento dell'intelligenza e dell’anima – che giudicano il mondo sulla base di criteri che vanno oltre il sensibile – l’uomo si avvicina alla verità.

Non sarebbe possibile per l’uomo, e tanto più per l’artista, riconoscere alcuna simmetria, alcuna perfezione nei corpi se l'intelligenza non avesse già in sé il criterio di perfezione.

In un balletto di sensazioni che l’anima compie attraverso il corpo, Ferri affronta le varie tappe della conoscenza dell’uomo e dell’amore in tutte le manifestazioni dell’eros e dell’agape declinate sia singolarmente che nella loro naturale complementarietà, nonché l’umano egoismo che induce al peccato e porta alla conoscenza del male. La bellezza delle sue tele seduce lo spettatore in una voluptas tentatrice che provoca un coinvolgimento del sensibile.

Un percorso complesso che Roberto Ferri vive nella pienezza dell’esperienza “manichea” di un Male contrapposto al Bene e in lotta con questo partendo dalla caduta di Lucifero, l’angelo ribelle che violò la legge naturale inscritta da Dio in ogni essere.

Dunque la rottura dell’ordine, diventa il disordine che egli incessantemente indaga come causa del male. Una indagine da artista e da filosofo. Spetta, infatti, al filosofo approfondire i significati palesi o nascosti dell’arte sacra e profana, evidenziare i temi forti della rappresentazione artistica, leggervi, dietro ed oltre la forma, i grandi problemi dell’esistenza: il bene ed il male, il vero ed il falso, il divino ed il demoniaco.

Il tema lo affascina e l’artista lo ripropone ossessivamente in una serie di tele nelle quali affiora il demoniaco rappresentato nella perfezione di un corpo che subitaneamente ci affascina con forme seducenti, e che, poi, ci inquieta con un particolare che lo stravolge, trasformandolo in un non-essere; tale invenzione ci riporta ai pittori-teologi tedeschi e fiamminghi del Quattro e del Cinquecento i quali, come oggi Ferri, dipingevano in un momento di crisi profonda, in un tempo di sovvertimento dei valori.

Hieronymus Bosch, Peter Huys, Pieter Bruegel, Hendrick Met de Bles, solo per citare alcuni dei nomi più famosi di questa cerchia di pittori, ci hanno lasciato un repertorio pittorico ricco di riferimenti alla seduzione ed alla mostruosità del demoniaco.

L’arte italiana non aveva mai accolto una visione del male così marcatamente nordica trasformata in forme, così profondamente riconoscibili come michelangiolesche o caravaggesche. Il demoniaco è sempre stato raffigurato dal punto di vista naturale in visioni bibliche riferite alla vita di Cristo o al Giudizio finale. Così lo immaginò Duccio di Buoninsegna nella Predella della Maestà del Duomo di Siena, così lo raffigurò Luca Signorelli vicino all’Anticristo nella cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto, così lo raffigurò anche Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina il quale, da sagace toscano, pose la grotta demoniaca proprio dietro al crocifisso dell’altare principale a perenne monito degli eminentissimi celebranti.

Roberto Ferri riparte, anche se non direttamente, da quel mondo di apparenza trans-naturale, riproponendo il demoniaco come monstrum indefinito, in continua trasformazione nel corpo snaturato da corna, artigli e da elementi innaturali.

Cicerone, nel De natura Deorum include tra le ragioni che dimostrano l'esistenza degli dei gli eventi terrificanti e

la nascita di mostri umani e animaleschi in contrasto con l'ordine naturale” (II,14).

Il monstrum degli antichi che è il manifestarsi di qualcosa di straordinario, di divino, che viola la natura e che è un ammonimento: (“mostrano e ammoniscono” monstrant), suscita un senso di meraviglia e di stupore generando perciò sgomento o disagio.

Anche i suoi strani ingranaggi, assimilabili ad astrolabi o a sestanti usati come elementi meccanici connessi ed immessi nei corpi diventano un elemento legato al concetto del tempo e dello spazio che nella sua arte supera i limiti dell’umano.

I quadri traboccano di seduzione, di senso dello strazio e dell’orrendo, elementi che costituiscono i caratteri più forti della tentazione demoniaca.

A questa tormentata ricerca che porta addirittura alla de-creazione dei corpi, Roberto Ferri oppone, in tele dal forte impatto emotivo, la sua personale visione della sofferenza e della salvezza, presentando le quattordici stazioni della Via Crucis: un ciclo potente realizzato per la recuperata Cattedrale di Noto.

Secondo il mistero dell’Incarnazione del Verbo recentemente ribadito dal Beato Giovanni Paolo II nella sua famosa Lettera agli Artisti del 1999:

se il Figlio di Dio è entrato nel nostro mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l’invisibile, analogamente si può pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata, nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero(Giovanni Paolo II, Lettera agli Artisti 7).

Opere d’arte di culto e di preghiera, secondo la plurisecolare tradizione dell’arte cristiana, le stazioni della Via Crucis di Ferri sono l’immagine iconica che alimenteranno la fede della gente e diventeranno strumento di salvezza per i credenti: Dio si iscrive nella propria immagine visibile per permettere all’uomo, immagine del Creatore, di ritrovare la sua vera forma somigliante.

Crediamo che ogni passo del Condannato, ogni suo gesto e ogni sua parola, ed anche quanto hanno vissuto e compiuto coloro che hanno preso parte a questo dramma, ci parlano incessantemente. Anche nel suo patire e morire Cristo ci svela la verità su Dio e sull'uomo” (Giovanni Paolo II, via Crucis dell’anno 2000).

Non mi avventurerò in presentazioni e commenti di ogni singola stazione, ma in questa sede mi interessa sottolineare come Roberto Ferri sia riuscito a cogliere il senso del sacro superando il problema del bello, e collegandolo, piuttosto alla necessità della forma ed al fine dell’“edificazione”.

Una linea di pensiero, pienamente condivisibile, che interpreta l’espressione artistica non alla luce del gusto soggettivo del bello, che non legge il sacro nell’aderenza iconografica al solo racconto, ma indaga i temi del vero, e il senso del sacro nascosto nella forma, o addirittura nello spazio, nella prospettiva stessa, nella luce.

Risuonano, nel percorrere il cammino della croce, la via dolorosa, proposto da Roberto Ferri, le parole poetiche e appassionate di Sant’Agostino ne Le confessioni,

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te…Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai anelo verso di te; gustai, e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace”(S. Agostino, Le confessioni, Città Nuova, Roma 1965, p. 333).

Ecco dunque come la simbologia sacra, o meglio la rappresentazione del sacro attraverso il simbolo, viene vista dagli occhi del filosofo come evocazione dei grandi problemi dell’esistenza. In questa direzione si supera la categoria del “bello” trovando nuovi significati. La salvezza, dunque non più solo nella via pulchritudinis, ma anche nella “ricerca del cielo”.


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